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Castigat ridendo mores

L'Europa di oggi vista da uno storico del 2064

Durante "l'età dei grandi predatori dell'economia", intere generazioni di europei ben istruiti si fecero raggirare lasciandosi sottrarre tutto il patrimonio di diritti, di democrazia e di benessere costruito dai loro predecessori


Che la Storia non sia caratterizzata da un progresso continuo è stato ormai ampiamente provato, ma la regressione a cui furono condannati milioni di europei tra la fine degli anni '90 del Novecento e i primi due decenni del terzo millennio, ovvero in quella che viene comunemente definita "l'età dei grandi predatori dell'economia", è sicuramente il caso più eclatante, se non addirittura l'unico, di tutta l'età contemporanea.
Considerata da sempre l'area economica che meglio di tutti aveva saputo coniugare sviluppo economico e solidarietà sociale, l'Europa, all'inizio degli anni '20, si ritrovò con un tessuto sociale e produttivo completamente dissestato, con redditi, consumi, produzione e qualità dei servizi crollati al livello degli anni '70 del Novecento. Ma cos'era successo?
Per capirlo occorre fare qualche passo indietro. In primo luogo, l'area della moneta unica europea (l'Euro) era piombata in una crisi irreversibile già qualche anno prima. Nel 2013, in particolare, era ormai emerso chiaramente che il problema dell'eurozona non erano i paesi mediterranei, dal momento che anche quelli del Nord Europa scricchiolavano parecchio, e alcuni di loro presentavano condizioni critiche almeno quanto quelli del Sud. La Francia aveva una disoccupazione record, il più alto crollo del settore immobiliare dell'eurozona, l'industria e il manifatturiero con perdite senza precedenti, e oltretutto non era assolutamente in grado di rispettare nessuno dei parametri comuni che gli Stati europei si erano dati. L'Olanda registrava la maggior perdita di pil di tutta l'eurozona. Un modello considerato fino ad allora virtuoso, quello della Finlandia, aveva un'economia ormai completamente piantata. La Germania era l'unica a vantare una timida crescita del pil, in ciò favorita dall'aggressività dell'export, ma soprattutto da alcune eccezioni che le erano riservate in relazione alla possibilità di stampare Euro per acquistare i titoli di Stato. Tuttavia, era proprio in Germania che si trovava la "bomba nucleare" che avrebbe fatto deflagrare l'eurozona, in quanto le principali banche tedesche, ed in particolare la Deutsche Bank, avevano in cassa una quantità di "derivati tossici" che era 20 volte il pil del paese.
Emergeva chiaramente che l'idea di privare gli Stati di una moneta nazionale aveva prodotto effetti disastrosi. Noi oggi sappiamo che uno Stato che rinuncia alla propria moneta sovrana è paragonabile ad un uomo che si privi dei polmoni per respirare con quelli degli altri. Uno Stato senza moneta è come un padre senza reddito che ha perso la sua principale facoltà/dovere, quella di spendere per far crescere i figli degnamente. L'esempio fornito da quella fase drammatica della storia dell'Europa è servito alle generazioni successive affinché non si ripetesse lo stesso errore. Ma fu veramente un errore?
La storiografia è ormai concorde nell'affermare che non si trattò di un errore o di una cattiva gestione dell'unificazione economica europea, bensì di un piano ben preciso che ha indotto gli storici a coniare l'espressione di "età dei grandi predatori". Il piano fu elaborato dai numerosi club esclusivi, think tank e fondazioni varie che proliferarono in Europa e non solo a partire dagli anni '70. Grandi industriali europei e americani, leader delle banche d'affari, eredi delle aristocrazie europee di origine medievale, alcuni uomini politici collusi con queste élite affaristiche concepirono un esperimento che prevedeva la riduzione della sovranità degli Stati democratici europei fino ad annullarla del tutto, per poi arrivare al vero obiettivo, cioè un enorme e graduale trasferimento di ricchezza dalla massa a vantaggio di pochi "rentier". Per raggiungere lo scopo bisognava togliere agli Stati l'ossigeno, ovvero la moneta di cui lo Stato è il proprietario-monopolista.
Uno dei casi più tipici di questo cambiamento è proprio l'Italia, dove si può dire che l'esperimento ebbe inizio grazie all'intervento di alcuni uomini della politica e della finanza. Qui, nel 1981, il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi fu l'artefice principale del "divorzio" tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro. Per capire gli effetti di questa decisione, occorre ricordare che fino a quel momento l'Italia era stato il paese dove la facoltà dello Stato di spendere a deficit era stata applicata in maniera più efficace, in particolare negli anni '70. I governi italiani, infatti, si indebitavano continuamente, ma poiché, come sappiamo, il debito dello Stato corrisponde fino all'ultimo centesimo all'attivo dell'economia privata, la crescita dell'Italia, cominciata nella seconda metà degli anni '50, era diventata sempre più dirompente: era il quarto esportatore del mondo, era il primo paese europeo per produzione industriale e il secondo al mondo per risparmio privato. Utilizzando la propria moneta, che emetteva liberamente secondo le necessità dell'economia, lo Stato italiano poteva coprire il proprio debito e finanziarlo a tassi assai contenuti. Il sistema era il seguente: lo Stato ogni anno produceva un deficit, dopodiché emetteva dei titoli che venivano acquistati sul mercato finanziario e con i quali otteneva in prestito la quota mancante per sanare il debito, ma una grossa parte di quei titoli veniva acquistata dalla Banca d'Italia "stampando" moneta. In definitiva, si trattava di un debito fittizio che lo Stato aveva con se stesso. E anche quando erano dei privati a comprare i titoli, lo Stato non aveva alcun problema né limite nel rimborsarli: gli era sufficiente emettere moneta, e proprio per questa ragione la sua affidabilità era massima. È assolutamente impossibile fallire, cioè non rimborsare i creditori, per uno Stato che possiede una moneta.
Questa modalità di creazione della ricchezza nel contenitore di cittadini e aziende era non solo assai produttiva, ma anche alquanto "protettiva", dal momento che non erano i cittadini ad indebitarsi con i fornitori privati di credito (le banche, le quali prestano la moneta che ricevono dallo Stato e poi la restituiscono allo Stato stesso, incassando gli interessi dal cittadino/azienda debitore), ma era appunto lo Stato, che in tal modo stimolava anzi il risparmio privato.
Tuttavia, nel 1981, con il divorzio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro, le cose cambiarono radicalmente. La Banca d'Italia non era più obbligata ad acquistare i titoli di Stato e Ciampi volle che questa prerogativa venisse applicata alla lettera. I governi, all'improvviso, si ritrovarono privi dell'unico strumento idoneo per foraggiare l'economia e stimolare i redditi, i consumi, la produzione, il lavoro. Improvvisamente il debito dello Stato cominciò ad assumere dimensioni gigantesche, ma questo in sé non costituiva un ostacolo (debito dello Stato = attivo dell'economia privata), ed in effetti proprio a metà degli anni '80 l'Italia diventò la quinta economia del pianeta. Il problema era che lo Stato, per ripagarlo, non aveva più il supporto della propria banca centrale e prima o poi questa disfunzione avrebbe palesato i suoi effetti deleteri per l'economia e per la stessa democrazia. Il peggio infatti doveva ancora venire. Il progetto della moneta unica europea cominciava proprio in quel momento ad accelerare e a prendere forma.      
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